Nei suoi 4 milioni di anni di vita il genere Homo ha vissuto di caccia e in misura minore ha condotto una vita seminomade per il 98% del suo tempo, passando attraverso frequenti e ciclici periodi di carestia. Vari studi di resti fossiliumani dimostrano che almeno la metà delle culture neolitiche e pre-neolitiche era soggetta, ogni 2-3 anni, a periodi di fame: sembra che la ciclicità della carestia abbia afflitto l’umanità su scala mondiale.

Così l’Homo Sapiens odierno è il prodotto di un adattamento all’ambiente durato milioni di anni e le caratteristiche che gli hanno permesso di sopravvivere necessariamente devono essere comuni a tutte le attuali società.

Il successo evolutivo dell’Homo Sapiens può essere meglio compreso se si considera la selezione naturale come risultato di una doppia eredità costituita da geni e da cultura ,o meglio, dalla loro interazione.

Da questo punto di vista la salute e la malattia in una popolazione possono essere concepite come la risposta dell’adattamento biologico culturale ad un determinato ambiente.

Accettando che l’uomo sia vissuto quasi tutto il tempo cacciando, con scarsa disponibilità di cibo per periodi lunghi e intermittenti il fenomeno obesità (e la resistenza al digiuno) può essere analizzato da una prospettiva che analizza

il tipo di dieta e la quantità di attività fisica necessarie per cacciare e per mantenere, in termini economici, un dato gruppo sociale.

È su queste basi che è stata enunciata la teoria del drifty genotipe o dei geni che hanno permesso la sopravvivenza dell’uomo.

Prima delle guerre e delle epidemie fu la carenza di cibo il più potente elemento di selezione naturale della storia dell’uomo.

L’adattamento biologico culturale dell’ Homo Sapiens ha due aspetti: il cambiamento genetico, probabilmente a carico di più geni, che gli ha permesso di accumulare grasso in periodi di abbondanza e contemporaneamente l’acquisizione di elementi culturali trascendenti, quali ad esempio la capacità di coltivare e di allevare, che gli hanno permesso di ridurre la durata dei periodi di carestia.

Dal punto di vista bio-culturale, non sono né il periodo ellenistico né quello rinascimentale da considerare i più trascendenti, in termini di adattamento fisiologico e probabilmente anche culturale dell’uomo, ma il periodo neolitico che gettò le basi per lo sviluppo dell’agricoltura frenando il nomadismo.

Nonostante questo cambiamento, che molto probabilmente permise la comparsa dei primi obesi più o meno 12.000 anni fa, nuovi episodi di carestia, questa volta non più generalizzata, ma legati a sistemi di produzione e distribuzione inappropriati e ad epidemie conseguenti all’alta concentrazione di individui, hanno contribuito a limitare la crescita dell’essere umano, sia in termini numerici che di volume corporeo. Gli individui con caratteristiche genetiche tali da permettere un maggiore accumulo di energia, espressa come aumento dell’accumulo di grasso, riuscirono a sopravvivere.

Secondo questa visione é pertanto molto probabile che la selezione naturale abbia agito in modo da permettere la sopravvivenza dei più intelligenti e degli obesi (o potenziali tali).

Con il cambiamento delle tecniche di produzione e di distribuzione che si é verificato negli ultimi 200 anni, l’Homo Sapiens, provvisto di una carica energetica, che ai tempi di mero cacciatore gli aveva permesso di sopravvivere

alle carestie, é trasportato attraverso un magico tunnel del tempo di fronte al bancone del supermercato. L’ampia scelta degli alimenti disponibili, associato alla diminuzione di lavoro muscolare continua sempre più ad apportare una buona parte degli homo sapiens a sviluppare sovrappeso e obesità.